Bambini expat: amici che vanno, amici che vengono

Essere bambini expat ha tantissimi vantaggi e, arrivata alla quasi alla fine dell’anno scolastico sorrido a pensare a tutte le mie preoccupazioni nel periodo precedente alla partenza. Mi sentirei anzi di consigliare a tutte le mamme che in questo momento stanno valutando la possibilità di un trasferimento ,chiedendosi se per i bambini non sarà troppo difficile, di fare le valigie e partire senza paura.

Questi mesi all’estero sono stati intensi, divertenti, ricchissimi di novità, di incontri, di scoperte. Direi che il mio bambino più grande (11 anni lo scorso ottobre), per il quale nutrivo qualche preoccupazione in più, legata al carattere e all’età si è inserito nel giro di pochi giorni, come mai avrei creduto. Ha superato in un attimo lo scoglio della lingua e si è buttato nella nuova avventura senza esitazioni. Il suo fratellino, normalmente più estroverso, ci ha messo qualche settimana in più, perchè riteneva impossibile riuscire a capire qualcosa a scuola nel giro di un tempo ragionevole. Ma poi, con suo grande stupore, è successo e diciamo che da dicembre in poi anche lui non si è più fermato.

Quello che può essere un po’ pesante per dei bambini expat (ma onestamente lo è anche per me!) è il fatto di abituarsi al grande turnover che c’è inevitabilmente in queste scuole internazionali. Amici che vanno, amici che vengono.

Capita di non fare in tempo a giocare con qualcuno per qualche settimana, di andare a casa sua, di conoscere la sua storia, di scoprire il suo paese di provenienza per poi venire a sapere che l’anno prossimo sarà dall’altra parte del mondo.

E anche noi grandi ci ritroviamo a chiacchierare di mondi lontani dal nostro, di tradizioni diverse, dei nostri figli, per poi sentirci dire che le valige sono già pronte, per ritornare da dove si è partiti qualche anno prima o per andare in un altro posto ancora. Il tempo di un caffè, il click della sintonia che scatta e l’amarezza di non poter sapere se quell’amicizia avrebbe potuto andare più lontano.

Il mio figlio piccolo, molto pragmatico, ha pensato bene di diventare amico della figlia del direttore della scuola, “che starà qui sicuramente per un bel po’!”, ma penso che questo sia uno degli aspetti più difficili dell’essere bambini expat.

È vero che oggi è più che mai facile mantenere i contatti (molto più che ai nostri tempi, quando tornavamo dalle vacanze con gli indirizzi degli “amici di penna” che di solito non duravano per più di un paio di lettere!), e addirittura sognare di fare un giorno un viaggio in qualche posto lontano per ritrovarsi, ma insomma non è la stessa cosa che avere gli amici sempre accanto.

[Ora che ci penso, forse il problema non sono i bambini, ma sono io. Tra qualche mese la mia fantastica amica giapponese, la migliore amica che ho qui, tornerà a Tokyo e io, che sono una sentimentale, sono veramente dispiaciutissima. Per lei è molto importante rientrare in questo momento della sua vita, e le auguro di essere felice laggiù. Ma prima o poi quel viaggio nel paese del Sol Levante lo vorrei fare davvero…].