Buoni propositi per l’anno nuovo

Ammettiamolo, non è facile accettare critiche rivolte ai nostri figli.
Un brutto voto, una nota a scuola, un rimprovero…la tentazione di proteggerli è forte.
Non ci sembrano mai abbastanza grandi per trovarsi davanti a un feedback negativo.
E così, la maestra sarà sempre troppo severa, pretenderà sempre troppo, non terrà conto del carattere del nostro piccolo ecc. ecc.
Del resto, poche storie, anch’io, quando ho ricevuto la scorsa settimana la prima pagella di mio figlio,
mi sono un po’ innervosita per un voto basso in “immagine”.
Cosa ci volete fare, sono una mamma come tutte le altre, anzi, probabilmente spesso peggiore.
Comunque, quel giorno, mio marito mi ha riportata alla ragione: se il nostro bambino non ha le doti di un Michelangelo o di un Picasso, meglio che lo sappia, così da sforzarsi un po’ di più su quel fronte.
E comunque, meglio abituarsi il prima possibile ad essere giudicati sui risultati.
Ieri poi leggevo la lettera inviata lo scorso mese a La Stampa da Francesca Tricomi poi ripresa su Vanity Fair da Francesca Porta, e non ho potuto che trovarmi assolutamente d’accordo.
Una volta la maestra era la maestra, punto e basta. E non si criticava in continuazione la maestra.
In virtù del suo ruolo, la maestra meritava rispetto.
E’ chiaro che se noi critichiamo la maestra (“ma non doveva darti questa nota, amore della mamma!”, “Ma che esagerata a darti questo voto, per me tu sei bravissimo comunque e sempre!”), la figura della maestra, agli occhi del bambino, perderà qualunque autorità e qualunque valore.
E intanto, il bambino crescerà in un mondo in cui ha sempre ragione, in cui è sempre difeso, mai in difetto.
Salvo poi, un giorno, scontrarsi con la realtà: gli insuccessi, i giudizi negativi.
E allora, quando non avrà più mamma e papà al suo fianco, a difenderlo strenuamente, non avrà neppure gli strumenti per difendersi da sé, per non abbattersi, per migliorarsi.
Ma come è avvenuto questo cambiamento? Perché una volta la maestra aveva sempre ragione e oggi ha spessissimo torto?
Me lo chiedevo ieri sera prima di addormentarmi.
E ho pensato che una delle cause potrebbe essere che oggi le mamme lavorano.
E, ahimè, si sentono in colpa.Arrancano con l’ansia di non avere mai tempo da dedicare ai figli, convivono con l’idea di non esserci per troppe ore e di non dare abbastanza ai bambini.
Quando arrivano a casa, la sera, a volte, di fronte a una nota o a un votaccio, fanno fatica a rincarare la dose, hanno voglia solo di coccolarli, quei figli, di stare con loro serenamente, non certo di sgridarli.
Insomma, noi mamme lo sappiamo: dire un “no” è molto più difficile che dire un “sì”, soprattutto se siamo stanche e se ci sentiamo sempre in difetto.
Eppure sappiamo anche che educare è difficile e che la nostra vita di oggi è complicata, più complicata di quelle delle nostre mamme, probabilmente, che potevano passare un pomeriggio a litigare con noi per poi fare pace la sera.
Dovremmo cercare, però, di non rendere ulteriormente complicata e frustrante, in futuro, la vita dei nostri figli.
Quindi, per l’anno nuovo, dopo questo esame di coscienza pre-natalizio, faccio un buon proposito: dare ragione alle maestre e limitarmi, se mai, a criticarle sottovoce, la sera, con mio marito.
E’ brutto vedere i nostri bimbi in difficoltà, ma anche di lì si deve passare.
Un adulto incapace di gestire la frustrazione è, credo, un adulto infelice.

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