Chi c’è stato (e chi non c’è stato)

Era luglio e le ho viste arrivare dal fondo del corridoio dell’ospedale,
nel reparto dove le mamme hanno paura di perdere i loro bambini.
Erano belle e piene di colori e vestitini svolazzanti.
Mi sembravano come allora, appena uscite dalla nostra classe del liceo, sezione A.
Avevano gli occhi lucidi quel giorno, e ci sono sempre state in tutti i giorni e i mesi a seguire.

Un’amica mi ha portato una borsa piena di dvd e un lettore portatile,
per fare passare il tempo, per fare passare quanto più tempo possibile.
Un’altra è arrivata direttamente dall’ufficio con delle riviste in inglese,
perché è al corso di inglese che ci siamo conosciute mille anni fa.
Qualcuno mi riforniva di riviste di gossip,
che poi regalavo alle infermiere per avere una bustina di zucchero in più.
Un amico ha avuto il pensiero di portarmi un album da disegno e delle matite,
che magari nasceva una nuova passione,
mentre una cugina ha pensato di farmi imparare i solitari.
Un giorno mi è arrivata addirittura una telefonata dal cuore dell’Africa,
e pensare a quei luoghi e a quel pensiero che arrivava da lontano mi ha fatto stare bene.
Un’altra amica ancora, nonostante il suo pancione e il caldo di agosto,
si è presentata con il marito carico di libri e consigli di lettura scritti su un foglietto che ancora conservo.
Qualcuno mi ha scritto o anche solo mi ha pensata.
Tante, tante persone, sono riuscite a farmi chiacchierare e qualche volta anche ridere,
trovando il tempo di passare nelle pause pranzo del luglio e dell’agosto milanese.

E poi, nei mesi della terapia intensiva,
le mamme dell’asilo facevano a gara per tenersi il mio bambino più grande al pomeriggio,
e la mia (ormai ex) portinaia mi chiedeva il permesso di pregare Allah,
che lei quel Dio conosceva,
e suo figlio diciottenne che faceva da baby sitter al grande,
e si rifiutava di essere pagato,
e gli raccontava di aver incontrato un giorno, in America, la Pimpa in carne e ossa.

E gli occhi lucidi delle persone a noi vicine fuori dal vetro della terapia intensiva,
mentre il mio piccolo si stringeva a me e
lottava lottava lottava.

Mesi di sms, telefonate, e-mail, telegrammi, biglietti, lettere.

Quasi tutti ci sono stati,
come mai avrei pensato.
Qualcuno non c’è stato.
Mi sono chiesta se sia stato per discrezione, pudore, difficoltà ad affrontare il dolore altrui.
O semplicemente perché non è il massimo pensare tra luglio e agosto
agli ospedali e al reparto dove le mamme rischiano di perdere minuscoli bambini.
Ed è tanto meno divertente pensare a un bambino di 830 grammi,
che doveva nascere nella seconda metà di novembre
e ha invece pensato bene di nascere il giorno prima di ferragosto.

Poi ho smesso di farmi domande e di giustificare.
E ho sfoltito i rami secchi (pochi, per la verità).
E chi c’è stato ci sarà sempre, e io per lui.
Chi non c’è stato allora,
per me, senza rancore, senza recriminazioni,
che ognuno fa le sue scelte,
non ci sarà più.

3 thoughts on “Chi c’è stato (e chi non c’è stato)

  1. queste sono occasioni in cui si capisce cosa conta nella vita … e sono occasioni in cui si capisce chi ti è veramente vicino e chi no. allora come dici tu è meglio sfoltire una pianta e darle il modo di crescere più rigogliosa … con meno zavorre da portarsi dietro. un abbraccio forte J

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