Le donne giapponesi e l’ obbligo di tacchi alti in ufficio

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In questi giorni le giapponesi, guidate dalla scrittrice Yumi Ishikawa, si sono ritrovate intorno all’ashtag KuToo, che gioca ovviamente a richiamare il famosissimo MeToo e che utilizza le parole scarpe (kutsu) e dolore (kutsuu). Le donne giapponesi si ribellano con questa campagna all’obbligo, non scritto ma di fatto esistente, di indossare i tacchi alti in ufficio. Pare che sia impossibile per una donna in Giappone trovare lavoro se non li indossa.

Ora, io ho sempre amato molto i tacchi alti e una volta li portavo sempre. Poi, quando sono arrivati i figli, un po’ meno, tra passeggini e spostamenti vari. Avevo appena ricominciato a portarli più spesso quando sono approdata qui a Bucarest, di certo non la città migliore per girare sui trampoli.

Comunque, le amiche giapponesi hanno deciso di fare una petizione che ha raccolto grande consenso e che ha fatto molto parlare di sè. In effetti (e non possiamo che essere d’accordo), l’obbligo per le donne giapponesi o non, di indossare i tacchi alti in ufficio, è quanto meno discriminatoria, nonché in alcuni casi nociva per la salute. La questione comunque è già stata sollevata in passato in altri paesi, generalmente ritenuti meno maschilisti del Giappone. De resto anche da noi capita spesso di leggere la necessità di “bella presenza” quando si ricerca personale femminile.

Un ministro ha prontamente risposto alla protesta dicendo che indossare i tacchi alti al lavoro rientra nel campo di ciò che è adeguato e necessario dal punto di vista professionale.

Insomma, sembra che il movimento sia stato già stroncato, ma spero che le amiche del Sol Levante non si siano per vinte ed è comunque bello che le ragazze abbiano deciso di ribellarsi a una delle tante consuetudini discriminatorie che, a quanto capisco parlando con la mia meravigliosa amica giapponese, ancora persistono nel paese dei ciliegi.

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