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Giochi da maschi e giochi da femmine

Giochi da maschi e giochi da femmine: davvero esistono?

C’è una scena molto semplice, quasi quotidiana: un bambino gioca con una cucina giocattolo.
Apre e chiude sportelli, mescola ingredienti immaginari, prepara piatti che magari offrirà a qualcuno.

È concentrato, coinvolto, completamente dentro quello che sta facendo.

Eppure, intorno a questa scena così naturale, spesso si attiva qualcosa negli adulti.
Un pensiero veloce, quasi automatico:

“Sta imitando la mamma o qualcuno che vede in casa?”
“È un gioco adatto a lui?”

Non sempre lo diciamo ad alta voce.
A volte resta solo uno sguardo, un dubbio leggero.
Ma quel dubbio racconta qualcosa di molto più grande: l’idea, ancora radicata, che il mondo dei bambini debba essere diviso in categorie.

Giochi da maschi e giochi da femmine: cosa stiamo davvero insegnando ai nostri figli?

Maschi da una parte, femmine dall’altra.
Giochi giusti, giochi sbagliati.

E allora vale la pena analizzare davvero quella scena.
Non per giudicarla, ma per capirla.

Il gioco come linguaggio dello sviluppo

Per un bambino, giocare non è mai solo giocare.

Il gioco è il suo modo principale di conoscere il mondo.
È il linguaggio attraverso cui pensa, sperimenta, elabora ciò che vede e vive.

Quando un bambino gioca con una cucina, non sta scegliendo un’identità.
Sta facendo esperienza. Sta osservando qualcosa che accade nella sua quotidianità — qualcuno che cucina, che prepara, che nutre — e lo porta nel suo spazio di gioco per comprenderlo meglio.

Dal punto di vista psicologico, questo è ciò che viene chiamato gioco simbolico:
mentre “gioca alla cucina” quel bambino sta facendo un lavoro complesso e prezioso per la sua capacità di rappresentare la realtà, trasformarla, rielaborarla. Non sta imitando, sta costruendo se stesso.

È una competenza fondamentale, perché è strettamente legata a:

  • lo sviluppo del linguaggio
  • la capacità di immedesimarsi negli altri
  • la regolazione delle emozioni
  • la costruzione del pensiero astratto

Dove nascono gli stereotipi (e perché sono così forti)

Se i bambini non nascono con l’idea che esistano giochi da maschi e giochi da femmine, da dove arriva questa distinzione?

Arriva dall’ambiente, in modo graduale, ma costante:

  • nei colori che proponiamo
  • nei regali che scegliamo
  • nei commenti che facciamo
  • nei modelli che mostriamo

Arriva anche attraverso messaggi più sottili, quasi invisibili.

Un bambino che riceve più spesso giochi di costruzione rispetto a giochi di cura inizierà a percepire quella direzione come “più sua”.
Una bambina che viene lodata per la dolcezza ma meno incoraggiata nella sperimentazione tecnica farà lo stesso.

Non è imposizione diretta, è orientamento, e dal punto di vista psicologico, l’orientamento è potentissimo, perché i bambini costruiscono la propria identità anche in base a ciò che sentono essere approvato, riconosciuto, valorizzato.

Il rischio invisibile

Il vero problema degli stereotipi non è tanto nel singolo gioco, ma nel fatto che restringono il campo delle possibilità: quando un bambino interiorizza l’idea che certe cose non sono per lui, non smette solo di fare quel gioco. Inizia, lentamente, a limitare parti di sé.

  • Se un maschio si allontana dai giochi di cura, potrebbe sviluppare meno familiarità con l’espressione emotiva
  • Se una femmina evita giochi spaziali o tecnici, potrebbe sentirsi meno competente in quei domini

Non perché non ne sia capace, ma perché non ha avuto lo spazio per provarci abbastanza.

E questo ha conseguenze che vanno ben oltre l’infanzia che riguardano:

  • la fiducia in sé
  • le scelte scolastiche
  • il modo di stare nelle relazioni
  • la percezione di ciò che è “possibile” per sé

A questo punto, molti genitori si chiedono:
“Quindi devo lasciare che mio figlio faccia qualsiasi cosa, senza intervenire?”

Non si tratta di questo.

Educare non significa ritirarsi, significa accompagnare in modo consapevole.

La libertà, in questo contesto, è assenza di limiti inutili e significa offrire varietà.
Significa non giudicare.
Significa osservare davvero chi è il bambino che abbiamo davanti, invece di adattarlo a un modello.

Un bambino può amare le macchinine, la cucina, i travestimenti e le costruzioni contemporaneamente.
Non c’è contraddizione.

Il ruolo degli adulti: lo sguardo che apre o chiude

C’è un aspetto spesso sottovalutato: lo sguardo dell’adulto. I bambini non imparano solo da ciò che diciamo, imparano da come reagiamo. Uno sguardo perplesso, una risata fuori posto, un commento ironico… sono segnali che il bambino registra.

E che possono fargli pensare: “forse questa cosa non va bene per me”.

Al contrario, uno sguardo accogliente, curioso, non giudicante comunica: “puoi essere come sei”.

Dal punto di vista psicologico, questo è fondamentale per lo sviluppo di un senso di sé solido e sicuro.

Siamo abituati a pensare all’educazione come a un’aggiunta: insegnare, spiegare, guidare. Ma quando si parla di stereotipi, il lavoro più importante è spesso un altro. Togliere: etichette, aspettative rigide e quell’idea silenziosa che esistano strade già tracciate.

Togliere non significa lasciare vuoto. Significa fare spazio perché il bambino possa scoprire chi è, senza dover aderire a un copione.

Crescere persone, non ruoli

Torniamo a quella scena iniziale del bambino con la cucina giocattolo. Se lo guardiamo davvero, senza sovrastrutture, possiamo vedere qualcosa di molto semplice e molto potente.

Sta imparando a prendersi cura.
Sta sperimentando il nutrire.
Sta entrando, a modo suo, nel mondo delle relazioni.

E questo non ha genere. In quel gioco c’è già il seme di un adulto che saprà:

  • essere autonomo
  • condividere responsabilità
  • vivere le relazioni in modo più equilibrato
  • non sentirsi limitato da ruoli imposti

La domanda più importante

Forse la questione non è più: sono giochi da maschi e giochi da femmine?

Ma:

  • “Questo gioco sta arricchendo o limitando mio figlio?”
  • “Sto offrendo possibilità o sto indirizzando senza accorgermene?”

Perché ogni piccola scelta quotidiana contribuisce a costruire un’idea di sé.

Alla fine, parlare di giochi non è mai solo parlare di giochi.

È parlare di identità. Di libertà. Di futuro.

E forse è proprio questo il cuore dell’educazione oggi: quando permettiamo ai bambini di esplorare senza etichette, non stiamo negando le differenze.
Stiamo evitando che diventino confini per crescere bambini che possano diventare persone intere.

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