La sindrome da rientro

In questi giorni si parla molto di sindrome da rientro. In pratica, grande ansia per la ripresa delle normali attivitĂ .

Temo di esserci caduta in pieno, forse perchĂ© non ho seguito alla lettera il consiglio degli esperti di ricominciare le proprie attivitĂ  gradualmente e di “non strafare”. Del resto, si sa, il concetto stesso di “gradualitĂ ” è lontano chilometri dalla stressante vita all’ombra della Madonnina, soprattutto per noi mamme che non apprezziamo molto il limbo compreso tra “rientro dalle vacanze” e “inizio della scuola”.
Per entrare subito nell’ottica “scuola”, appena tornata mi sono precipitata a depennare la lista di cancelleria per la seconda elementare, quest’anno chilometrica, tipo Accademia di Brera.
Poi, tanto per non perdere l’allenamento, eccomi lì, pronta ad affrontare un piccolo intervento di mio figlio grande. Niente di grave, per caritĂ , ma diciamo che, visti i precedenti, un po’ mi mette ansia l’ambiente ospedaliero.
Tutti mi dicevano “eh, con quello che hai passato questo che vuoi che sia”; “io sarei nel panico, ma tu…sei abituata a ben altro!”.
BĂ©, da un lato è vero, dall’altro però preferirei non essere il benchmark delle sfighe ospedaliere.
Comunque, arrivati al momento clou, mi hanno fatto indossare camice, cuffietta e soprascarpe e mi hanno fatto arrivare oltre le terribili porte metalliche, fino proprio all’ingresso della sala operatoria vera  e propria.
Il gesto di indossare il camice mi ha portata indietro nel tempo, ad altre sale operatorie, a un’altra vita.
Il camice è un po’ una madeleine di Proust dal sapore amaro.
Per un attimo mi è mancato il fiato.
Poi ho visto il bambino che stava per addormentarsi e ho guardato il chirurgo.
Una volta che il bambino si è addormentato, mi sono sfilata il camice velocemente e sono corsa in ascensore.
Ho ricacciato indietro il nodo che mi stringeva la gola.
La paura si è fatta spazio per qualche secondo, irrazionale: questa volta, non c’era da avere paura.
Ma l’ho sentita lì, acquattata dentro di me, pronta a divorarmi come allora.
E’ stato un attimo, poi è passata.
Ma è strano sentire come certi ricordi fanno ormai parte di noi e diventano nostri compagni di vita, nel bene e nel male.
Tutto è andato bene.
Ora non mi dedicherò all’etichettatura dei cambi per il piccolo, che, ebbene sì, comincia la materna.
Poi, finalmente, suoneranno le campanelle. E le mamme di Milano tireranno il fiato.
Al lavoro.

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