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Una madre può essere triste?

La maternità è un’esperienza talmente ricca ed eterogenea che cercare di comprenderla in un unico aggettivo risulta complicato, oltre che scorretto: esistono infatti tante maternità quante sono le madri. Per rispettare quest’unicità si può quindi tentare di descriverla come un’esperienza caleidoscopica, in cui si presentano tutte le sfumature sentimentali – che, come i colori del caleidoscopio, si combinano tra loro sempre in modo nuovo, unico per ogni madre. Tra questi, un posto rilevante è occupato dal blu, il colore tradizionalmente associato alla tristezza (al punto che ha riscontrato un grande successo il termine “baby blues”, per descrivere l’abbassamento del tono dell’umore che può verificarsi dopo il parto), ma anche alla profondità, alla spiritualità. 

Nonostante quest’evidenza, all’interno della nostra società la tristezza della madre sembra presentarsi come un tabù sociale, come se questa sfumatura non avesse diritto di cittadinanza, come se la domanda che apre l’articolo celasse al suo interno un altro interrogativo: è possibile che una madre sia triste?

La società di oggi sembra infatti veicolare un ideale di maternità, quasi esistesse una dea della maternità che non possiede difetti; una donna con un solo volto – quello sorridente.

Tuttavia è chiaro come un’esperienza, un’avventura così complessa come quella dell’essere madre – nella quale sfide, nostalgie, desideri e paure convivono, combinandosi ogni giorno in nuove, cangianti, figure – possa avere anche un volto triste, che è giusto poter mostrare.

Al contrario gli stereotipi inibiscono, impedendo alla singola persona di parlare della sua particolare storia, con il rischio che le madri siano turbate da ciò che loro stesse vorrebbero dire, perché non si può dire. Quando invece la strada del benessere passa anche dall’abbracciare le proprie paure e fragilità, non vergognandosene.  

Proprio perché l’incontro tra la madre e il suo bambino è un incontro tra due soggetti. E come, giustamente, si dice e si scrive che al bambino deve essere riconosciuta una sfera d’intimità, è bene ricordare che anche la madre deve poter godere del medesimo diritto. Ed è evidente che nel caleidoscopio dei sentimenti umani la tristezza occupa un posto di riguardo, che deve essere rispettato; al blu deve essere concesso di parlare, di girare insieme agli altri colori per dar vita a una combinazione autentica.

La maternità, come ci ricorda il grande pediatra e psicoanalista Donald Winnicott, non è soltanto felicità e la madre non può, e non deve, essere “perfetta”. La possibilità di riflettere sui propri vissuti, positivi e negativi, e di dialogare con tutte le emozioni, è una buona strada per un rapporto sereno con sé e gli altri.

È bene tuttavia sottolineare che se si raggiunge un limite, se un colore diventa una lente, un filtro attraverso cui guardare la realtà, è importante poterne parlare con qualcuno.

Una madre può essere triste, ma se è “solo triste”, è giusto che si possa aprire, rivolgersi a un professionista che ascolti questa voce e che, vedendo tutto questo blu, le offra la possibilità di stemperarlo.

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