Quando ho imparato la paura (accanto al mio bambino prematuro)

Ero una che non aveva paura di niente.
Del buio, di volare, di girare per la città di notte,
neanche delle malattie o delle disgrazie.
Poi sono arrivata davanti alle porte di metallo.
Era ottobre ma faceva ancora caldo.
Avevo i sandali.
Mi hanno fatto sedere su una grande poltrona.
E mi hanno detto di aspettare.
Avevo freddo, tanto freddo.
Mi stringevo tra le braccia e nel camice verde.
Ma continuava a fare freddo.
C’era anche mio marito,
ma eravamo soli in quella stanza.
Non riuscivamo a essere veramente in due.
Eravamo vicini ma isolati l’uno dall’altra,
dentro a due bolle dense di paura.
C’era un silenzio pesante,
che copriva come uno strato di ovatta le nostre vite.
Sono passate le ore e non ci siamo scambiati neanche una parola.
A un certo punto mi sono accorta che la vescica mi faceva male.
Dovevo fare la pipì.
E anche tirarmi il latte.
E mi sembrava strano che,
nella stanza tra le due porte,
dove la mia vita si era fermata,
dove minuto dopo minuto stavo imparando la paura,
il mio corpo continuasse a funzionare.
Non ci siamo mossi.
Tranne quando un’ombra verde passava al di là delle porte facendole aprire.
Allora guardavamo dentro,
veloci, prima che le porte di metallo di richiudessero.
Cercavamo un movimento, un gesto, un cenno.
Nel vuoto della mente
riempita solo di paura.
Paura di diventare una mamma che ha perso il suo bambino.

Poi il professore è uscito.
Meccanicamente abbiamo fatto per alzarci.
Ma lui ci ha detto di restare seduti.
E ci ha guardati attraverso gli occhiali dalle lenti spesse.
Ha scosso la testa.
“Guaio grosso, guaio grosso”, ci ha detto.
Non sapeva che cosa sarebbe successo poi.
Lui non lo sapeva.
Mentre parlava mi sembrava che il cuore scoppiasse.
Sentivo le sue parole,
ma non le afferravo veramente.
Ero fatta di paura.
Una statua di paura.
Che ha camminato in silenzio fino a casa.
Verso la notte che avrebbe seguito il giorno
in cui avevo conosciuto la paura.
Quella vera.

Quella che poi è rimasta addosso,
a me e a tutti quelli che l’hanno vissuta.
Quella che non ci si scolla più dalla pelle.
E che ormai fa parte di noi.

4 thoughts on “Quando ho imparato la paura (accanto al mio bambino prematuro)

  1. Tre mesi fa avrei potuto dire "ti capisco" ma per quanto sincera fossi potuta essere non sarebbe stata la verità.
    Poi mio figlio piccolo si è svegliato vomitando sangue ed è diventato un codice rosso del pronto soccorso.
    E per quanto possa dire che è passata, che è finita bene, che nonostante tutto siamo stati fortunati non sarò mai più quella che ero prima. E cerco di non farglielo notare, faccio finta di non sentire il mio cuore che scoppia mentre fa l'acrobata sullo scivolo o se lo sento più taciturno del solito, ma non sarà mai "passata" del tutto.

    1. sì, anch'io so di essere stata fortunatissima, anche perché non tutti i bambini che erano in ospedale con lui nelle sue condizioni ne sono poi usciti così bene. Però c'è poco da fare, quella paura resterà per sempre!

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