Quando il futuro si è perso davanti a una barricata

 

Oggi leggere della vicenda indegna di Goro e Gorino, i due piccoli comuni del Ferrarese che hanno respinto, erigendo delle vere e proprie barricate, 12 donne con i loro bambini, mi riempie di rabbia, sdegno, tristezza.

Immagino una ragazza, incinta, che, un giorno, decide di partire dal suo paese. Lo ama, quel paese africano, è la sua casa, ma sa che lì il bambino che sta crescendo dentro di lei non potrà avere un futuro. Perché c’è la guerra, perché c’è una miseria nera, perché non ci sono prospettive.

Un giorno, allora, prende i pochi soldi che ha messo da parte e intraprende un lungo viaggio, lunghissimo, prima per terra e poi per mare. Forse ha sentito di qualche amico o qualche familiare morto in quel mare, ma non ci ha creduto davvero: lei è giovane e forte, aspetta un bambino e a lei non capiterà nulla. Attraverserà quel mare, e arriverà là dove c’è speranza. Speranza per sé e per il suo bambino. E’ disposta a correre qualunque rischio, per lui. A lasciare chissà dove il suo compagno, ad abbandonare magari una madre e un padre anziano, a dire addio alla sua casa, alla sua vita, per quanto misera. Lo fa perché non vede alternative, probabilmente, lo fa perché il rischio di quel viaggio e dell’ignoto non le sembra niente rispetto a tutto il male che lascia.

E quel viaggio lo compie. Arriva sulle coste di quel paese, l’Italia, di cui ha tanto sentito parlare, nel quale ripone tante speranze. Insieme a lei, altre donne e bambini. Il sollievo di avercela fatta, l’inquietudine dell’ignoto che la aspetta, ma la certezza che, da ora in poi, la sua vita sarà migliore.

E’ stata visitata, e il suo bambino sta bene, nonostante il lungo viaggio con la sua fatica, nonostante la sporcizia di quei giorni, l’umidità di quella barca, l’orrore, magari, di qualche compagno che non ce l’ha fatta. Non c’è più nulla che possa frapporsi tra lei e il suo sogno di un futuro diverso.

Poi, dopo essere passata di città in città, la fanno salire su un pulmino. E insieme a lei le altre ragazze con i loro bambini.

Arriva in un paesino di pescatori, dove, le dicono, potrà fermarsi. Almeno per un po’.

Ma no, il viaggio non è finito. E questa volta non è il paese che ha lasciato, la vita misera che ha voluto abbandonare, a dirle che no, non c’è futuro, per lei e per quel bambino. Questa volta è il paese tanto sognato a non volerla. Quel paese costruisce addirittura delle barricate, fatte con i bancali di legno, per cacciare via lei e le altre ragazze. E i bambini.

Appoggia una mano sulla pancia, perché vuole rassicurare il suo bambino: tutto andrà bene. Il nostro futuro, quello che ti ho promesso, ci aspetta. Ci aspetta altrove, non qui, non davanti a queste barricate, accanto a questo fiume straniero. Ci aspetta altrove, e lo troveremo.

A un certo punto, dopo una notte indegna, il pullmino se ne va. Si arrende al disprezzo di chi resta abbarbicato al suo piccolo mondo inutile.

Intanto, a Gorino, vive magari una ragazzina, ha undici o forse dodici anni. Proprio come quelle che erano sul pulmino. Ha fatto la Comunione e la Cresima, ovvio, va a messa tutte le domeniche e va benino a scuola. Forse anche lei sogna un futuro migliore di quello che ha, perché il papà, ultimamente, ha poco lavoro, la mamma fa la casalinga. E non è facile. Non è facile per niente tirare avanti. Un giorno mamma e papà le dicono che bisogna andare per strada a costruire una barricata, perché il loro piccolo mondo, già problematico, già imperfetto, sta per essere sovvertito da un evento inaudito: 12 donne con i loro figli stanno arrivando in paese. Bisogna costruire le barricate, perché proprio lì, su quel pulmino, si nasconde, subdola, l’origine di tutti i loro mali, della crisi economica, del lavoro che non c’è, della delinquenza. La ragazzina si fida di quella mamma e di quel papà, eh certo, sono i suoi e lei vuole loro molto bene, come le hanno insegnato a Catechismo e nelle due ore di religione a scuola. Sente i suoi genitori parlare di quegli stranieri, li aiuta a raccogliere qualche asse, qualche cassetta da piazzare per strada.

E in quel momento, davanti a quella barricata, anche il suo, di futuro, ha preso una direzione senza che lei se ne sia resa conto. Anche il suo, di futuro, si è bruciato un po’. Si è spento, si è incancrenito. Proprio quel futuro che i suoi genitori volevano preservarle, si è immiserito nel momento in cui ha creduto che la ragazzina dagli occhi scuri che la guarda dal finestrino sia la sua nemica.

E qui non è questione di buonismo, né di discutere della totale miopia dell’Europa di fronte a un fenomeno, quello dell’immigrazione, che trova le classi dirigenti completamente impreparate. Qui si tratta di ognuno di noi, della sensibilità di ciascuno, dell’umanità che non dovremmo mai perdere. Della capacità di vedere negli altri persone, con le loro storie, con i loro sogni, con i loro figli.

E comunque questa notte a Goro e Gorino, secondo me, qualcosa di più sul perché il nostro Paese si trovi nell’attuale condizione di declino e difficoltà, ce l’ha fatto capire eccome.

E non si tratta di quelle giovani donne africane e dei loro bambini.

12 thoughts on “Quando il futuro si è perso davanti a una barricata

  1. Giuliana un applauso virtuale per te , che hai saputo cosi’ bene descrivere anche i miei sentimenti…ieri sera ho seguito una trasmissione che ha intervistato una per una quelle 12 donne…delle storie assurde, incredibile, irreali, un coraggio ed una forza che solo la disperazione puo’ dare…non sto qui a scriverle, sicuramente ad gnuno e’ capitato di ascoltare le loro voci e di guardare i loro occhi smarriti…l’ultima donna pero’ (una ragazza di 20 anni incinta) ha detto con uno sguardo carico di delusione ” io non avrei mai respinto un altro essere umano, i miei genitori non avevano nulla ma mi hanno insegnato a non respingere nessuno…” ….beh non sai come mi hanno toccato l’anima quelle parole e soprattutto quegli occhi che sembravano increduli per quello che sta accadendo…
    Ora specie noi genitori che abbiamo delle responsabilita’ verso i nostri figli dobbiamo porci delle domande….cosa vogliamo trasmettere ai nostri ragazzi? che siamo tutti uguali ma alcuni sono “piu’ uguali” di altri e per questo vengono prima….che chi ha bisogno di noi per vivere puo’ rovinare il nostro piccolo orticello quindi meglio farci subito un bel recinto intorno? che visto che non possiamo prendercela coi nostri governanti possiamo almeno prendercela con chi sta sotto di noi (o accanto) nella scala sociale in modo che non ci rubi niente di quello che abbiamo conquistato?
    Ho letto una frase ultimamente “nella tua vita incontrerai sempre sassi…sta a te farne ponti o alzarci muri”…beh io a mio figlio insegno a farne ponti per andare incontro a tutti e lasciare che tutti possano venire incontro a lui…

    1. Infatti, i genitori hanno una responsabilità in più. Non possiamo permettere che i nostri figli crescano privi di umanità… Un abbraccio!

  2. Quanta ragione hai Giuliana. Abbiamo una grande responsabilità verso il mondo, noi genitori. Ci spetta infatti il compito di crescere le persone del futuro ed esempi come questo lasciano presagire che per colpa di molti sarà un triste e cupo futuro.
    Grazie per questo articolo.
    Linda

  3. io sono decisamente fuori dal coro.. o meglio d’accordo in parte con tutte voi su educare etc etc ma perche quest educazione non parte anche da chi ci governa , da chi ci dovrebbere potreggere e non lo fa MAI in nessun modo e nessun ambito? queste persone che vengono qua scappando da una realta orrenda dovrebbero invece essere aiutate NEL LORO PAESE perchè è vero che quando arrivano qua tolgono a noi, è una realtà quotidiana non mettamolo neppure in discussione, magicamente qua diventano furbetti anche loro ( per carità non tutti ma la maggior parte si ).Quindi ok non rifiutare nessuno ma tra poco se continuiamo cosi saremo noi ad andare di la anche questo fa pensare e non poco

    1. Carissima Ginger, il fatto che chi ci governa sia del tutto incapace di affrontare questa (ed altre) questioni è fuori di dubbio. Il punto qui però era un singolo episodio: visto che queste persone qui c’erano già arrivate, trovo assurdo che si erigano addirittura delle barricate per difendere il proprio paesello che, inutile negarlo, si trova comunque in un contesto, quello di oggi, in cui diversi fattori rendono inevitabile il confronto con il tema dell’immigrazione.
      Quanto al fatto che gli immigrati tolgano a noi, lo metterei sì in discussione: tanto per restare in un ambito che mi è familiare, se da domani tutti gli immigrati sparissero da Milano, credo che tutte le mamme che conosco sarebbero disperate perché si ritroverebbero senza la preziosa tata dei loro bambini, mentre mio figlio perderebbe una buona parte dei suoi amici più cari. Per non parlare di quello che succederebbe in settori come l’edilizia o l’agricoltura, le cui imprese si basano spesso sul lavoro (talvolta sfruttato barbaramente) di queste persone. Dunque, il problema è complesso e dalle mille sfaccettature. In ogni caso, credo che per un bambino vedere i propri genitori che rifiutano di accogliere delle persone (siano essi stranieri o meno) sia profondamente diseducativo.
      Un abbraccio!

  4. Giuliana non voglio intavolare discussioni a sfondo politico, non è la sede, ma quello che dico e niente e nessuno mi fara cambiare idea TU STATO PRIMA TUTELI ME CHE SONO ITALIANO POI PENSI AL RESTO DEL MONDO!
    poi se parlaimo dels enso del rifiuto sono d’accordo, ma ripeto perche a monte non c’è altro che il deserto e sarà sempre peggio.

  5. Siamo tutti esseri umani ed io il concetto di prima io che sono italiano non lo concepisco proprio….non e’ un discorso politico ma umano….prima chi ha piu’ bisogno che sia italiano o meno non ha nessuna importanza

  6. Ripeto perché non so se ho inviato precedente messaggio.Non ho nulla da insegnare a nessuno perché ognuno ha le proprie opinioni però′ desidero portare la mia testimonino di mamma di un bambino malato seguito all’ospedale di Monza assieme ad altri bambini europei e non europei vi assicuro che non mi è’ mai venuto in mente di dire curate prima mio figlio è poi gli stranieri, vi assicuro che in certi frangenti della vita siamo tutti sulla stessa barca è quello che fa la differenza è solo la fortuna. Desidero solo far riflettere chi ha la fortuna di avere come problema il colore della pelle del vicino di casa, che non possiamo addossare a queste persone il fatto che gli italiani l’abbiano presa in un posto che non si dice per educazione, l’avremo presa comunque con immigrati e senza. A volte è facile cadere nel populismo ma basterebbe magari chiedersi se fossi al posto di queste persone come mi sentirei ad essere respinto?

    1. ciao Ornella, la tua esperienza corrisponde esattamente alla mia: anche in Terapia Intensiva Neonatale ho conosciuto moltissime mamme straniere ma la loro provenienza non aveva alcun significato: eravamo tutte solo mamme che lottavano per la sopravvivenza dei loro bambini…
      Un abbraccio!
      Giuliana

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