SONO COSE DA GRANDI (DI SIMONA SPARACO)

Confesso che questa volta ho esitato un po’ prima di leggere il nuovo libro di Simona Sparaco. Per il semplice fatto che il tema mi angoscia, mi fa pensare, mi ci arrovello da troppo tempo e non ne esco. Ne ho parlato spesso anche qui: come parlare ai bambini del male? Tutte noi madri vorremmo proteggere i nostri figli dal male, in questo mondo che ci appare sempre più infido, vorremmo rimandare indefinitamente la consapevolezza, da parte dei nostri bambini, della fragilità di tutti noi, della possibilità del dolore e della perdita.

Vorremmo, ma sappiamo di non poterlo fare. Non per sempre. Perché questo è l’unico mondo che abbiamo, e qui, e soltanto qui, i nostri figli dovranno crescere, vivere da adulti e provare ad essere felici.

L’altro giorno poi mi sono ritrovata in centro verso le 18.30 e sono entrata alla Feltrinelli: sapevo che Simona Sparaco avrebbe presentato Sono cose da grandi. Ho potuto fermarmi solo una mezz’ora, neanche il tempo di un autografo sulla mia copia, ma, tornata a casa, messi a letto i bambini, l’ho letto d’un fiato.

Il giorno seguente alla strage di Nizza, il piccolo Diego vede alla televisione le immagini terribili della Promenade des Anglais e la sua mamma non fa in tempo a cambiare canale e a dirgli “sono cose da grandi”. E così, quel male, entra per la prima volta nella consapevolezza del bambino, la possibilità del dramma si fa strada in lui. E noi sappiamo bene quanto anche un piccolino di appena quattro anni possa intuire, capire, comprendere.

Nel tentare di spiegare al suo bambino il male e il dolore, la cattiveria e la precarietà del nostro esserci, espressa bene dal terremoto che ha sconquassato il centro Italia poco dopo i fatti di Nizza, Simona Sparaco è costretta ad affrontare le proprie paure, a scavare nei propri di dolori.

Proprio come succede a ogni mamma. Proprio come succede a me, che da quando ho avuto i figli ho paure a cui non avevo mai neanche pensato: io che ho sempre volato di qua e di là ora, quando salgo su un aereo, c’è un attimo, inconfessabile, in cui vorrei tornare indietro.

Io  che, ancora oggi, dopo anni, combatto con i sensi di colpa per non essere riuscita a preservare il mio primo figlio dal dolore, quando a tre anni e mezzo, davanti all’incubatrice del suo fratellino, gli dissi che il piccolo stava facendo l’aerosol e lui, come se niente fosse, mi rispose che quello era l’ossigeno per respirare e non l’aerosol. Ecco, sto parlando di me. ù

Perché in questo libro Simona Sparaco parla di sé e del suo bellissimo rapporto con il figlio Diego, ma parla anche di tutte noi.

Ecco un brano in cui mi sono particolarmente ritrovata:
“Quello che posso spiegarti, invece, è che scrutando le tue paure io scopro le mie. L’ansia di difenderti dal mondo mi fa sentire tutta intera la mia fragilità, eppure specchiandomi in te trovo una forza che prima – quando ero adolescente e spavalda – non avevo”.

Non è esattamente così?

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