Cibo e amore: nutrire il cuore

pollicinoFin dall’origine della vita, alimentazione e relazione affettiva sono profondamente connesse: la venuta al mondo di un bambino implica l’esistenza di una relazione, in primis con la madre, capace di rispondere e soddisfare le domande fisiologiche del bambino e, nel contempo, quelle affettive legate all’accudimento e alla cura.

Ciò che la madre offre al proprio bambino, il latte, diviene il primo “oggetto” che, nello stesso tempo, risponde sia un soddisfacimento sul piano del bisogno (la sete e la fame) sia su quello del desiderio. Se il piano del bisogno riguarda la sete e la fame, quello del desiderio è legato alle sensazioni tattili, agli odori, al calore del corpo, alla stretta dell’abbraccio, allo sguardo, alla voce: tutto questo può fornire al bambino una risposta rispetto al suo  desiderio di “essere desiderato”, accolto, riconosciuto e rassicurato. E’ soprattutto questo che va a “nutrire il cuore” del bambino e a saziare il suo desiderio di avere un posto speciale tra le braccia, i pensieri e nel cuore della mamma.

Ad esempio, ci sono bambini che durante l’allattamento, una volta sazi, non si staccano dal seno: un bisogno si è saturato (il bambino ha la pancia piena) ma il desiderio è vuoto.

Il bambino rimane allora attaccato al seno come se dicesse “dammi qualcosa d’altro oltre al cibo!”

E’ proprio attraverso la bocca che il bambino conosce e sperimenta il mondo: mangiare o rifiutare il cibo implicano anche la possibilità di accettare o rifiutare qualcosa che proviene dall’altro e dall’esterno. Per queste ragioni, il cibo e il comportamento alimentare veicolano dinamiche complesse, i cui riflessi, positivi o negativi, possono ripercuotersi sia all’interno delle relazioni familiari, che nel rapporto stesso del piccolo con il cibo.

Il momento del pasto non implica quindi solo il riempimento della pancia ma racchiude in sè uno scambio relazionale. Offrire e ricevere cibo significa accettare e riconoscere reciprocamente il legame che si stabilisce tra due persone: l’atto del cibarsi diviene un atto sociale mediante il quale si può riconoscere o negare l’altro.

Il comportamento alimentare può divenire dunque, molto presto, veicolo di messaggi: la connessione “ cibo- affetto- messaggio” rende ragione della possibilità che il piccolo possa manifestare il proprio malessere attraverso il suo comportamento alimentare. Al posto del pianto e della parola, il bambino può utilizzare il rifiuto del cibo o la voracità per esprimere le proprie emozioni, i propri dubbi e le proprie fatiche. Il comportamento alimentare rappresenta una modalità che il bambino può utilizzare per esprimere il proprio disagio, a cui è importante prestare attenzione e ascolto.

Essere adulti sensibilizzati su questi temi, significa essere disponibili ad intendere il comportamento alimentare dei bambini non solo come qualcosa da educare, da omologare o rettificare ma, piuttosto, da comprendere ed interrogare per consentire al piccolo una piccola traduzione rispetto a ciò che, faticosamente, sta cercando di veicolare.

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