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Esserci come genitori

Esserci come genitori

Funziona l’esserci. Ma la questione sta nella qualità di quell’esserci come genitori, non tanto nella quantità, dove la cosa si fa complicata non esistendo una ricetta preconfezionata.

Esserci con parole buone, riconoscimenti positivi all’ “essere” (e non solo al fare), per restituire loro la certezza che non ci piacciono solo perché sono bravi a “fare …” (il che non guasta in assoluto, anzi, purché si contenga il danno che questo si traduca nella sensazione di essere il nostro fiore all’occhiello solo perché “performano” bene, da cui non può che sgorgare una faticosa ansia da prestazione), ma sono bravi anche e soprattutto perché “sono” semplicemente loro, unici, amati, e vanno bene proprio così come sono.

Esserci senza pretendere che l’esito di ciò che sono sia esattamente come lo abbiamo sognato, lasciando loro la libertà di essere altro da noi, diversissimi eppure amati.

Esserci, facendo della compassione cornice floreale, perché la compassione  spicca e fa spiccare il volo. No non è pietà, ma l’inequivocabile avversaria dell’umiliazione, perché svalutazione e disprezzo non hanno mai generato vincitori, né funzionato come efficaci pungolatori, quanto piuttosto come produttori mondiali di rabbia cieca, quando non di totale apatia. E come un fiore spruzzato di napalm, l’anima implode.

Esserci, facendo del dialogo discreto fonte a cui abbeverarsi, perché la gogna pubblica acceca, mentre vorrebbe produrre visione chiara. Ma non c’è assunzione di responsabilità dove regna la mortificazione: il risentimento rabbioso per quella relazione dispari che si vorrebbe imporre, si mescola al desiderio di aggredire quale piatto da gustarsi freddo. Ogni forma di stigmatizzazione, più che farsi spinta al riscatto, genera una malinconica identificazione con l’escluso: l’ultimo degli ultimi non potrà che fare dello sbandamento la propria strada.

Esserci come genitori

Esserci come genitori, sapendo che la disciplina è importante: avere un limite fa la differenza. Ma l’autorità è niente senza l’autorevolezza: è il carisma ciò che conta. “Che modello di adulto sono per i miei figli?”

Esserci come genitori, sapendo di sbagliare, confondersi almeno ogni tanto, scivolare, cadere, ruzzolare nella propria imperfezione: un rimprovero di troppo, un tono insolente, una parola fuori posto…

Esserci, chiedendo scusa per la nostra imperfezione, perché le scuse non depotenziano ma permettono: se tutti possiamo essere anche imperfetti, crescere, come invecchiare, si fa tanto più facile per tutti.

Esserci come genitori e come un attento “testimone”. Lo sguardo vigile di chi ti guarda, uno sguardo che differenzia, che distingue, ché sono questi gli sguardi che sfamano, sostengono, donano. Sono gli sguardi di quei volti che ti hanno scelto, quelli che per loro natura non possono essere estesi a chiunque, sono per te, implicano un’intensità impagabile, una reciprocità esclusiva, sguardi testimoni, da cui desideri essere guardato, sguardi unici che danno un senso, che si fanno sostanza, che creano presenza. “La mia vita, allora, ha un senso!” L’alterità con cui è possibile raccontare se stessi non è mai polenta.

Esserci, uscendo dalla misura del voto, esserci con intelligenza, quella che snobba il quoziente intellettivo e strizza l’occhio alle “9 intelligenze multiple”  – teorizzate da H. Gardner. Per ogni bambino, un principe con il suo dono. Perché ogni essere umano possiede un’attitudine, lampo per un campo: intelligenza  intrapersonale, interpersonale, esistenziale, matematica, linguistica, musicale, cinestetica, visivo-spaziale, naturalistica. Basta una per farcela. “Se mi aiuti a scoprire la mia, mamma, potrò volare alto”.

Esserci, educando alla bellezza: dotarli di un’arma contro la paura di non farcela, contro l’abitudine che annienta, contro la rassegnazione che blocca, contro l’isolamento che esclude.

Esserci come genitori, guardandoli con fiducia, perché facciano della curiosità strada maestra, del desiderio modus vivendi, del talento che li caratterizza missione in questa vita.

“Quale talento, papà?” “La tua unicità, figlio mio.”


articolo a cura di:

Dott.ssa Luisa Ghianda psicologa e counsellor

articolo a cura della Dr.ssa Luisa Ghianda
psicologa e counsellor, partner convenzionata
www.luisaghianda.it
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