Filastrocche Frangivento un libro per i genitori che devono accudire i loro piccoli in TIN

Filastrocche Frangivento

Filastrocche Frangivento raccolte da Serena Cascella e Manuela Ragni è un libro per i genitori che devono accudire i loro piccoli nei reparti di Terapia Intensiva Neonatale.

Cosa c’è di più bello delle parole che aiutano a dare un ritmo alle giornate, al respiro, all’attesa? Cosa c’è di più bello per un bambino nel sentire la voce della sua mamma e del suo papà che legge una dietro l’altra le parole di una filastrocca? Rime che cullano al posto delle braccia, rime che raccontano del mondo, della fantasia, degli animali, rime che trasmettono l’amore e l’attesa di un abbraccio.

Serena e Manuela hanno raccolto rime arrivate dalle persone più diverse, ma tutte preziose e generose e scegliere le filastrocche presenti nel libro è il frutto del loro lavoro, durato diversi mesi.

Così è nato Filastrocche Frangivetro, tante rime che recitate giorno dopo giorno possono rompere simbolicamente il vetro dell’incubatrice prima di poter finalmente abbracciare e cullare il proprio bambino ed il cui ricavato della vendita sarà devoluto in beneficienza alle Terapie Intensive Neonatali dell’Ospedale Pediatrico Gaslini di Genova e dell’Ospedale San Matteo di Pavia.

Serena e Manuela si sono conosciute tramite Instagram, una di quelle cose che accadono per strani giri del destino, e le loro storie portano una poesia dolce come una ninna nanna.

Mi chiamo Serena Cascella e sono entrata in contatto con la TIN (Terapia Intensiva Neonatale) dell’Ospedale Pediatrico Gaslini di Genova non direttamente, per esperienza scampata personalmente ma convissuta con compagne di stanza.

Ricoverata dalla 23esima alla 38esima settimana di gravidanza, allettata totalmente, a rischio nascita fortemente prematura, ho avuto a che fare con neonatologi che di settimana in settimana mi aggiornavano sulla eventuale percentuale di sopravvivenza e gli scampati deficit del prematuro.

Mia figlia è nata a 40 settimane +1 ed è stato considerato un miracolo vista la situazione, tanto che la mia storia è appesa al Gaslini.

Ma non posso dimenticare le mie compagne di stanza che sono entrate e uscite nel corso di quei mesi. Ho scolpito nella mente i loro visi che lasciavano trasparire la vittoria o la sconfitta di ritorno dalla TIN.

Ho pianto con loro, le ho consolante, mi sono sentita talvolta proiettata in un futuro catastrofico e solo verso la fine con speranze più concrete ho iniziato a crederci.

Quello che accomunava tutti i racconti delle neo mamme dei prematuri di ritorno dalla TIN era l’incapacità di dare voce alle proprie emozioni, di infrangere quel vetro che le separava dal loro bimbo con parole rassicuranti o allegre.

“Piuttosto che parlare e piangere,” mi dicevano, “preferisco stare zitta, anche se infermieri e dottori mi incitano a far sentire la mia voce per il bene del bambino.”

L’incontro con Manuela ha suggellato il desiderio comune di aiutare queste donne questi genitori a superare la barriera dell’incubatrice, dando loro voce attraverso filastrocche e nenie che raccontano al bimbo che c’è un mondo fuori, che lo aspetta a braccia aperte.

Serena Cascella

Sono stata una mamma TIN, anche se solo per due settimane. Dopo una gravidanza difficile e faticosa e un parto rocambolesco al limite della 39esima settimana, il mio secondogenito è stato ricoverato per un forte distress respiratorio presso la TIN del Policlinico San Matteo di Pavia.

Per me, è iniziato un periodo-bolla: camminavo, respiravo e mangiavo, mi trascinavo con i seni gonfi di latte con gli occhi vacui, le labbra secche e le mani a pezzi per il continuo uso di sapone e disinfettante. La prima volta che ho potuto prendere in braccio mio figlio dopo il parto, puzzavo di disinfettante.

Ho passato ore su una sedia arancio a guardare dentro un vetro, le orecchie che mi facevano male per i bip continui dei macchinari, a volte lenti e ritmati e spesso, troppo spesso, concitati.

Stavo delle ore, e ho iniziato a guardarmi attorno. Ho visto genitori entrare, sostare pochi minuti e uscire, sempre in silenzio.

“Non so cosa dire. Non so se mi sente. Non ho le forze per parlare.” Frasi che mi hanno ossessionata, perché anche per me era lo stesso: cosa puoi dire a un bambino che respira grazie a un tubicino? O a un bambino che non arriva ai due chili di peso?

Cantavo, a voce bassissima, le canzoni che avevo cantato al fratello quando non riusciva dormire. Ma sentivo che in questo frangente non era abbastanza.

Cantavo Le Temps des Cerises, ma a che pro se non ti racconto cosa sono le ciliegie?

Con Serena, una volta tornata a casa, abbiamo parlato a lungo, e all’improvviso è nata questa idea: proviamo a dare noi voce a questi genitori che hanno perso le parole per il troppo dolore, per la paura del futuro. Oltre alle braccia, come si può cullare un bambino? Con una nenia, una ninnananna, una filastrocca.

Manuela Ragni

E allora abbiamo chiesto alle persone vicine e lontane, di mandarci una filastrocca che raccontasse il mondo, la natura, le emozioni e la speranza. Queste filastrocche sono oggi raccolte nel libro Filastrocche Frangivento, assieme alla gratitudine e agli abbracci che ci sono arrivati di persona e virtualmente e che ci hanno dato tanta, tanta forza.

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