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8 marzo: le donne alzano la voce

le donne alzano la voce

Scorriamo un attimo a ritroso alcune date in cui le donne alzano la voce per manifestare i loro diritti:

8 marzo 1908, le operaie dell’industria tessile Cotton di New York rimangono vittime di un incendio. 

3 maggio 1908, Corinne Brown presiede la conferenza del Partito socialista a Chicago, ribattezzato “Woman’s Day”, trattando temi quali lo sfruttamento dei datori di lavoro nei confronti delle operaie, le discriminazioni sessuali, il diritto di voto.

23 febbraio 1909, le donne manifestano per il diritto di voto, Stati Uniti.  

8 marzo 1917, le donne manifestano per chiedere la fine della guerra, San Pietroburgo.

8 marzo 1921, istituita la Giornata internazionale dell’operaia, Mosca.

12 marzo 1922, istituita la prima giornata della Donna in Italia.

8 marzo 1972, le donne manifestano per la legalizzazione dell’aborto,  Campo de Fiori, Roma.

8 marzo 1975, le Nazioni Unite celebrano l’Anno Internazionale delle Donne e i movimenti femministi di tutto il mondo manifestano per sancire l’importanza dell’uguaglianza dei diritti tra uomini e donne.

Oggi, la Festa della Donna ha perso il suo valore iniziale, facendosi occasione per qualche sfizio fuori programma, ma non mancano i movimenti femministi che, fedeli all’intento iniziale, ne promuovono il senso sotteso, la lotta contro l’inferiorità di genere, mirando a scuotere l’opinione pubblica.

La faccenda della disparità è antica e non può dirsi risolta in nessun paese del mondo:  stereotipi e pregiudizi si mescolano a questioni che toccano i diritti politici, economici, riproduttivi, correlati all’istruzione, al mercato del lavoro, all’autodeterminazione.

La pandemia non ha giovato alle donne, non ha giovato a nessuno, ma le condizioni di svantaggio per loro si sono moltiplicate: licenziamenti, maggior carico di lavoro a casa, violenza sessuale e domestica alle stelle (100 i femminicidi solo nel 2021).

L’odierna crisi economica rende più che mai attuale il tema della disparità di salario e di carriera: aziende o cooperative di servizi hanno avviato pratiche di licenziamento, cambio turni, obbligo di part-time o smart-working, il che ha acuito situazioni di sfruttamento femminile fuori e dentro casa, rallentando carriere pronte a decollare, minando l’accesso a posizioni di responsabilità. Gli stipendi, più bassi rispetto a quelli di colleghi uomini, sono rimasti tali. 

I tagli al welfare hanno abbattuto la possibilità di risposta ai bisogni e sulle donne il peso di una sanità pubblica devastata dalle privatizzazioni non ha aiutato di certo: il benessere psico-fisico ha subito un contraccolpo, eppure dovrebbe essere prioritario in una società umanamente sostenibile.

Le discriminazioni hanno trovato terreno fertile: l’affossamento del Ddl Zan nel 2021, esempio amaro di delegittimazione delle persone LGBTQIPA+, non solo ha costituito un’occasione mancata di civiltà, cultura, dignità, ma ha anche svalutato l’importanza della tutela della psiche attraverso la protezione dell’unicità di cui ogni essere umano è portatore, facendo dell’Italia un Paese che affossa, tralascia, sbuffa contro il sentimento di appartenenza e, soprattutto, che con arroganza definisce la norma. Fuori gli outsider.

Ma se al centro non si mette la vita umana, gli episodi di razzismo non possono che proliferare, spadroneggiando indisturbati. Per le donne migranti, infatti, la crisi ha acutizzato un problema annoso, quello del rinnovo del permesso di soggiorno, che non avviene certo in leggerezza se si ha un licenziamento sulle spalle. Cosa di meglio per ritrovarsi ad accettare condizioni di lavoro pesanti? Senza documenti in regola, si sa, alzare la testa si fa difficile, ribellarsi impossibile.   

Perché i progressi in materia di uguaglianza e di genere sono così lenti? Quali fattori e quali attori mantengono e hanno interesse a mantenere questa disuguaglianza? Quali strade si possono percorrere per un cambiamento sostanziale?

8 marzo: le donne alzano la voce

L’8 marzo, al grido di “nessun* si senta sol*”, Non una di meno, una realtà femminile e femminista, non manca di fare sentire la propria voce. Indetto un sciopero generale di 24 ore, del settore pubblico e privato, chiedere, protestare, criticare, manifestare è un modo per rivendicare nuovi diritti, sancire la propria presenza, conquistare forza, dimostrare che le donne, quale forza collettiva, la voce la sanno alzare, eccome.  

Cosa suscita di preciso negli interlocutori uno sciopero indetto dalle donne? Più probabilmente noia e fastidio, come avviene di fronte a formule considerate vuote, ma l’astensione dal lavoro produttivo è  un modo concreto per incidere a livello sociale: chiedere a gran voce uguaglianza e libertà rimane il fondamento di un percorso che guarda ai diritti fondamentali come a valori chiave irrinunciabili di ogni società civile.

Violenza di genere, revenge porn, molestie, sovraccarico di lavoro domestico, discriminazioni salariali, cultura dolorista che vuole “normale” il dolore delle donne, body shaming… il patriarcato non molla la sua presa e per le donne la lista di cambiamenti richiesti è lunga.

Fa da corollario la questione dell’autodeterminazione, che è un altro dei temi cruciali, se non “il” tema. Fino a quando gli uomini e le donne saranno su fronti diversi, non sarà possibile promuovere uguaglianza e parità, che sono alla base della libertà. Perché non c’è libertà senza uguaglianza e se non si danno possibilità concrete a tutti non c’è nemmeno rispetto.

E non attacchiamo con la solita manfrina delle differenze tra maschi e femmine: quelle ci sono e sono una benedizione.

Gli studi empirici in psicologia evidenziano, per l’esattezza, che l’insieme di tratti psico-comportamentali tipici di ciascun sesso è, oggi, meno ampio che in passato, sebbene non sia nullo;  lo stesso vale per i tratti differenziali circa le abilità e le prestazioni di ordine cognitivo e affettivo.

La questione incerta sta, invece, ancora nelle cause: tali differenze sono legate alla biologia o all’educazione? Le posizioni sono variegate: se il sociologismo vede nella cultura e nell’ambiente i principali responsabili delle differenze tra i generi, il biologismo propende per la supremazia dei processi ormonali. Personalmente, ritengo che una visione bio-psico-sociale dell’essere umano crei un proficuo accordo tra le posizioni, risultando sufficientemente “inclusiva” da contaminare i perimetri di biologismo e sociologismo: natura e società costituiscono un terreno alquanto mobile.

Le differenze di tratti psico-comportamentali, comunque, sono diminuite specie dal lato femminile: le donne hanno aumentato i punteggi di maschilità. L’assottigliamento del divario va ricercato nella psiche: oggi, più liberi da costrizioni sociali, gli individui sentono possibile assumere anche comportamenti tipici dell’altro genere, interpretandone la sensibilità.

“Il mammo”, per esempio, cioè il papà che svolge funzioni “da donna” nella famiglia, è una bella realtà dei nostri giorni. Il mio amico Salvatore, neo papà di Alice, esige di cambiarle il pannolino, per esempio, con somma gioia della moglie che, volentieri gli cederebbe pure l’allattamento al seno di tanto in tanto, per dedicarsi con più frequenza agli amati concerti che la vedono pianista dell’eccellenza.  

La psicologia ha, dunque, mostrato quanto il presupposto dell’esistenza di stabili e fissi caratteri di tipo femminile e di tipo maschile fosse una congettura legata a stereotipi culturali. Ciò che, ad oggi, non si può negare, data la presenza di evidenze statisticamente significative, è che le donne dimostrano superiorità nelle abilità linguistico-verbali (anche se talora contestata) e nella comunicazione non verbale specie a tonalità emotiva, mentre gli uomini evidenziano una superiorità in compiti visuo-spaziali, come l’orientamento e la rotazione mentale di oggetti.

Nelle donne è, poi, maggiore un’attitudine all’immedesimazione empatica e negli uomini una propensione al comportamento intraprendente, nonché all’aggressività fisica. Alcune di queste differenze sono più marcate in età giovanile e si attenuano nelle età successive, il che lascia ipotizzare collegamenti con la diversa dotazione ormonale nel corso della vita: il testosterone correlato all’aggressività e all’orientamento nello spazio (utili alla caccia e alla guerra, in chiave filogenetica); il linguaggio verbale e non verbale, le capacità empatiche, la manualità fine nelle donne fertili (utili alla cura dei piccoli, sempre in chiave filogenetica).

Pure il maggior valore che in genere le donne attribuiscono alla dimensione affettiva nel rapporto con l’altro sesso gode di una lettura filogenetica: la vulnerabilità in fase di gravidanza e di puerperio richiedeva particolare protezione in epoche passate, da cui l’attaccamento al padre dei propri figli.

Lascerei perdere i luoghi comuni legati alla minor propensione femminile per la matematica e le materie tecnico-meccaniche, perché gli odierni risultati in campo scolastico e professionale evidenziano come la questione in passato fosse legata all’effetto del fenomeno delle “profezie auto-avverantisi”, ovvero l’aspettativa condizionante di genitori e insegnanti, che si attendano certe prestazioni dalle femmine e altre dai maschi.

Dai su, le differenze non significano di per sé disuguaglianze abominevoli e neppure discriminazioni. Le diverse doti vanno apprezzate e punto. Sono una ricchezza, hanno pari valore, e sono una grazia se esercitate nella libertà dei singoli, in vista di un cammino arricchente di integrazione delle diversità.

Penso davvero che la vera uguaglianza stia nel riconoscimento delle differenze che, se valorizzate nel rispetto di un accesso paritario ai diritti, garantiscono benessere per tutti. La questione sta nello scambio: lasciamo che suonino parole diverse, l’importante è la libertà di essere.

articolo a cura della Dr.ssa Luisa Ghianda
psicologa e counsellor, partner convenzionata
www.luisaghianda.it
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