Il giorno tanto atteso (ovvero, il carrozzina day)

Il mio bambino è a casa.
Per la verità, è a casa già da un po’,
dal 23 dicembre.
Un Natale speciale.

Non è facile però scrivere del giorno in cui lo abbiamo portato a casa,
giorno tanto atteso e felicemente definito da una lettrice (che ringrazio)
‘carrozzina day’.
Capita di aspettare tanto un giorno, un momento, e poi, quando arriva, passa in un baleno
e neanche riesci a raccogliere le idee e a trattenerne i ricordi come vorresti.
Avrei voluto salutare di più, abbracciare di più, ringraziare di più, segnarmi più numeri.
Fissare nella mia mente più visi, più sguardi, più sorrisi.
Di tutte le persone che hanno condiviso con me questi mesi.
I dottori, le infermiere, le altre mamme.
Per tutte le volte che non hanno fatto solo il loro lavoro, ma molto di più.
Per tutte le volte che al mio bambino hanno voluto bene davvero.
E si sono preoccupati per lui,
e hanno lottato con me.
Avrei voluto essere più ‘presente’,
e avere anche meno paura di tutto quello che mi aspetterà adesso.
La paura che possa stare male ancora.
La paura che non sia finita.
La paura di diventare quello che non ho mai voluto essere:
una mamma paranoica, apprensiva e iperprotettiva.
Avrei voluto non lasciarmi travolgere dal disorientamento di tornare alla normalità
dopo mesi di tensione emotiva continua,
di emozioni, nel bene e nel male, estreme.
Devo ancora rielaborare quest’esperienza complessa,
ma che ci ha regalato tanto.
E devo anche voltare pagina.
Non mi è bastato guidare la carrozzina fuori dal reparto,
lungo il corridoio,
davanti alla stanza dove ho passato tanti giorni ricoverata,
imparando a piangere senza muovere un muscolo per la paura di partorire.E così ho capito che il carrozzina day, non è solo la fine di un percorso, ma anche l’inizio di una nuova avventura.
Non mi resta che rimboccarmi le maniche.
E vivere.

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