Se mi ama mi capisce

Se mi ama mi capisce
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“Se mi ama, mi capisce!”. Argh! Credenza magica che riserviamo più spesso ai nostri compagni di viaggio, penso sia il lascito di un’infanzia a suon di fiabe dove lui salva lei dai draghi e lei salva lui da un destino crudele (tipo rimanere imprigionato a vita nei panni di un ranocchio).

Da lì la regina delle illusioni si insinua subdolamente nei cuori fanciulli per ripresentarsi puntuale nell’adolescenza: “Un giorno arriverà un principe azzurro – forte, premuroso, nobile d’animo, bello da brivido – cavalcando a pelo un cavallo bianco e mi rapirà per donarmi una vita a stelle e strisce…”; “Un giorno, la principessa dei miei sogni – bella come una Madonna di Giotto, sexy come Britney Spears, dolce come un angelo – si farà viva e, degnandomi di uno sguardo, farà di me un uomo felice”.

Ed il tutto senza un conflitto, un inciampo, un intoppo, perché lui, il principe, e lei, la principessa, non saranno solo figure esemplari, ma anche abili fattucchieri capaci di leggere nella sfera di cristallo gli umori dell’animo umano. Perché… se mi ama mi capisce. 

Ed è lì, in quel preciso istante, che la coppia barcolla avvolta da una fantasia diffusissima, ma non per questo più vera. La questione è che, mentre da bambini avevamo libero accesso all’espressione di esigenze e bisogni (non è una prerogativa di tutti i bambini, ma la spontaneità è indubbiamente più tipica di quest’epoca, non fosse altro per il marcato egocentrismo presente), da adulti finiamo per soffocare questo tratto (anche per le ferite subite da bambini) nel timore di essere inopportuni, delusi, rifiutati, domandanti, ingombranti….

Chiudersi in un silenzio monastico, vagheggiando che l’altro comprenda nel dettaglio ciò che celiamo d’inespresso, finisce per essere la prova d’amore più agognata. E la più bizzarra. Trattare chi amiamo alla stregua di un veggente nasconde l’abbaglio di un amore salvifico, facendosi perniciosa forma di deresponsabilizzazione che condanna la coppia ad una sequela di non detti (maledetti strapiombi per natura).  

Se mi ama mi capisce. Coltivare risorse emotive perché la coppia (e non solo) non scoppi.

Sgombriamo il campo dalle credenze magiche e focalizziamo 3 nozioni di base:

  1. chiedere non significa ottenere (magari bastasse chiedere nella vita!);
  2. chiedere ed ottenere non vale meno (chiedi un mazzo di fiori e stai a guardare se sia davvero così automatico riceverlo!);
  3. se non ti si vorrà dare, non ti si darà lo stesso (ed è questa la parte più amara da inghiottire).

La capacità di esprimere desideri, bisogni, aspettative espone al rischio del rifiuto: un “no” può fare più male che bivaccare nell’incertezza di un “forse”. Preferirvi un’attesa rassegnata ha a che fare con la percezione della propria vulnerabilità, con il valore di sé, con l’educazione ricevuta. “Non si fa, non si deve, non sta bene”, messaggi che si mescolano alla dolorosa sensazione di non meritarsi davvero qualcosa, di non valere abbastanza. Ecco come si finisce per annegare i desideri in un rancore muto, figlio di aspettative frustrate.     

Il silenzio è un’arma impropria anche nei momenti conflittuali. Se è vero che è legittimo avvantaggiarsene per proteggersi, sbollire la rabbia di un momento acceso o darsi un tempo interiore prima di dire o agire, usarlo sistematicamente per umiliare, mostrare dissenso, punire, è un esercizio di potere violento. Trattasi di quel silenzio imposto, ferocemente manipolatorio, accanitamente aggressivo, che getta nell’impotenza. Non può essere denunciato e questo lo rende ancora più brutale. L’anima ne esce profondamente colpita.  

Partiamo dal presupposto che litigare è fisiologico, “benefico” perfino, se assurge a campanello d’allarme che segnala la necessità di fare il tagliando alla relazione in corso. La questione sta nel litigare “bene”. Come siamo messi a “sane” competenze conflittuali? Rifuggi il conflitto come la peste, fingendo che sia tutto a postissimo? Aggredisci, come se non ci fosse un domani, con colorita “creatività” linguistica? Ti celi dietro un “elegante” sarcasmo, millantando una gentilezza inappuntabile? Ok, allora parliamone.

Imparare a comunicare con sincerità, condividendo le proprie emozioni, apre al panorama interiore proprio ed altrui. La capacità di verbalizzare ciò che si sente, prima ancora di ciò che si pensa, non solo restituisce una grande quantità di energia (almeno pari a quella sprecata nel reprimere), ma fa da ponte per la terraferma dove, piedi ben piantati a terra, è più facile confrontarsi sul diverbio in corso. Si sa, con l’acqua alla gola, il cervello va in pappa! 

Ora, le parole fanno sempre la differenza: pietre, piume, bolle di sapone. Una cosa è dire: “Quando tu mi parli alzando la voce come una pazza, tanto che tutti i presenti, me compreso, pensano tu sia un’isterica, aggiungerei insopportabile, io mi arrabbio, intristisco…”; un’altra è dire: “Quando tu mi parli alzando la voce, soprattutto quando siamo in pubblico, io provo vergogna, tristezza, rabbia…”.

Se la seconda modalità apre una breccia, la prima apre allo scontro. Potrebbe anche accadere che l’interlocutore, colta la veemenza dei modi, sia fulminato da un’immediata intuizione dai connotati empatici, ma credo più probabile una reazione di chiusura o attacco.   

Certamente, quando l’anima è fagocitata da emozioni ingombranti, non è facile scegliere cosa dire e come dirlo. Se il primo bisogno è quello di “buttar fuori”, è proprio quel “buttare” che rovina il clima. Esternare i propri sentimenti senza giudizi, condanne, accuse o teorie interpretative, è un’arte. E, fortuna delle fortune, come tutte le arti ha margine d’apprendimento.

“Quando ti permetti di non avvisarmi se fai tardi, penso tu sia un cafone strafottente, ed io provo rabbia/tristezza/umiliazione…”. No, qui c’è un giudizio di troppo (che genera il bisogno di difendersi!). “Quando ti permetti di non avvisarmi se fai tardi, solo perché te ne freghi, io provo una rabbia infuocata, una tristezza infinita, un’umiliazione feroce…”.

No, qui è presente un’interpretazione circa le motivazioni altrui (che è passibile d’errore!). “Quando non mi avvisi se tardi, io mi sono sento davvero triste, profondamente arrabbiata, oltremodo umiliata, ne puoi tenere conto?”: secondo me, così va meglio; tu che ne pensi?

La regola comunicativa sottesa è la seguente: “la tua azione – i miei sentimenti”, ovvero trattasi di una stringata focalizzazione del comportamento oggetto di chiarimento seguita da una verbalizzazione puntuale delle emozioni provate. Occhio al tono: no al vittimismo! Il senso non è generare sensi di colpa ma consegnare le proprie emozioni, affinché l’altro possa eventualmente averne cura.  

Qual è, invece, il modo sano di reagire in sede di confronto?     

  1. Evitare di mettersi sulla difensiva.
  2. Ascoltare senza interrompere (il che facilita una sintonizzazione empatica che  muove rispetto verso il diverso da sé).
  3. Lasciare le scuse/le giustificazioni per un momento successivo: priorità assoluta all’esternazione altrui, affinché l’altro possa depositare ciò che ha dentro. 
  4.   Non liquidare immediatamente l’interlocutore come fosse in totale errore, ma approfondire il suo pensiero attraverso domande esplorative. La capacità di sospendere il giudizio e sintonizzarsi con il punto di vista altrui apre alla consapevolezza che il proprio e l’altrui modo di sentire la vita hanno la stessa importanza.
  5. Mettersi nei panni dell’altro, darsi il tempo per “sentirli”, calandosi nelle sue emozioni, nei suoi pensieri, anche se profondamente differenti. Una nuova attenzione prende corpo, promuovendo accoglienza, compassione, dove quel “cum patior – soffro con” genera una feconda valorizzazione delle differenze.
  6. Se l’intuizione altrui è corretta, avere il coraggio di confermarla. Questo può essere difficile, ma è meglio restituire parole dure che lasciare l’interlocutore in un clima di confusione. Far dubitare di valutazioni corrette, insinuando che il giudizio dato sia poco credibile, è ferocemente manipolatorio. Il “gaslighting” alla lunga uccide l’anima.
  7. Assumersi le proprie responsabilità, ridefinire il problema secondo il proprio punto di vista.  

I conflitti fanno parte della normalità delle relazioni umane, non possono essere ignorati. Se ben gestiti, hanno un alto potenziale generativo, che può davvero ricucire i legami feriti dalle ostilità. Chiedere, esporsi, raccontarsi ha poco a che fare con l’elemosinare, ma molto con l’intelligenza emotiva. Un’espressione sana degli affetti elude quell’analfabetismo emotivo troppo spesso causa di rottura della relazione, invitando alla reciprocità, al riconoscimento dell’identità complessa di cui siamo fatti, della diversità che ci caratterizza e che vuole accettazione, ma riceve più spesso negazione.

Non è piacevole confessare, in primis a se stessi, di aver sbagliato, ma imparare a tollerare i propri errori, perdonandosi, si fa esperienza catartica che avvicina alla propria ed altrui umanità. Più facile potrebbe essere evitare di scusarsi, facendo in modo di non ripetere più l’errore commesso, ma il risultato non è affatto il medesimo. Chiedere scusa per danni che non ci sono del tutto chiari è forse anche più difficile, sebbene la relazione ne trarrebbe  beneficio.

Infine, non scordare il senso del tutto: attuare un cambiamento comportamentale reale. Le scuse perdono di valore e finiscono per risultare sfacciate, se non sono seguite da un impegno concreto sincero.

Quasi niente è facile nella vita. Creare le condizioni affinché le relazioni possano alimentarsi non solo nell’accordo ma anche nella discordanza è una conquista.

Penso che ognuno sia “padrone” dei propri sentimenti: gli altri non sono così potenti dentro di noi, siamo noi a concedere loro un posto più o meno spazioso. Tuttavia spendersi sul fronte della relazione rimane importante.

Immagino un ponte, due esseri umani che camminano l’uno verso l’altro, ad ogni passo un sassolino cade a terra, simbolo del loro passaggio, della loro unicità, della volontà di essere se stessi… Sì, se stessi ma l’uno in cammino verso l’altro. È così che immagino la coppia che non scoppia.

Luisa Ghianda psicologa

articolo a cura della Dr.ssa Luisa Ghianda
psicologa e counsellor, partner convenzionata
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