Spiaggia del Gaslini per i bambini malati e ricordi d’infanzia

Spiaggia del Gaslini
Si è parlato in queste settimane della spiaggia del Gaslini, anche detta all’inglese “Gaslini Beach”.

Una spiaggia dedicata principalmente ai bambini ricoverati al famoso Ospedale pediatrico Gaslini di Genova. La spiaggia è collegata all’ospedale tramite un tunnel e offre ai piccoli e ai loro accompagnatori sdraio, ombrelloni. Per i bambini ricoverati e i loro accompagnatori è gratuita, mentre gli esterni pagano per garantire la continuità dei servizi.

Leggendo questa notizia, non ho potuto non ripensare a quella manciata di giorni di tanti anni fa in cui io, bambina di neanche cinque anni, fui ricoverata lí.

Direi che ad allora risalgono i miei primi ricordi vividi. Ero lì solo per togliere un neo particolare, bianco, dal cuoio capelluto. Niente di grave, una sciocchezza. Ma il medico che aveva dato un nome a quella strana macchia chiara che avevo in testa dalla nascita era un dermatologo di Genova e così i miei, complice una casa dei miei nonni a Chiavari, avevano pensato di farmi operare in Liguria da lui.

L’intervento non era stato nulla e mi ero permessa di piangere un po’ solo alla fine, quando, fuori dalla sala operatoria, ho potuto finalmente abbracciare mio padre.

Poi mi assegnarono un letto in una grande, grandissima stanza, con tanti letti di metallo e i miei genitori non potevano stare lí la notte. Arrivavano al mattino.

In quelle notti non dormivo granchè: ricordo ancora perfettamente le luci, i pianti di bambini, anche piccoli, la strana confusione di un reparto di ospedale che solo molti anni dopo avrei conosciuto anche troppo bene.

Al mattino mi davano una grande scodella di latte e orzo, che detestavo, ma finchè non arrivava la mamma non mi sentivo di dirlo e trangugiavo tutto senza fiatare.

Con me c’era la mamma di un bambino piccolissimo che aveva una rarissima, e grave, malattia della pelle. Ricordo ancora quella mamma che, avendo un neonato, stava sempre accanto a lui. Lo cambiava, lo vestiva, lo portava fuori. Era carina e dolce. E un giorno le chiesi se potevo andare con lei fuori, mi pare ci fosse un giardino.

Lei mi portò con sè. Poco dopo un’infermiera, con i capelli cortissimi, ci è corsa incontro urlando come una pazza, mi ha strattonata riportandomi dentro e dicendo di non fare mai più una cosa del genere. Ora capisco che aveva ragione: ero sparita dal reparto senza avvertire nessuno e lei doveva essersi molto spaventata. Ma allora non seppi fare altro che mettermi a piangere, di nascosto, non appena tornata in corsia, dove un bambino biondo e maleducato, mettendosi in piedi contro le sbarre metalliche in fondo al suo letto, afferrava le bende sulla mia testa e me le tirava via ogni volta che gli passavo accanto.

Al pomeriggio giocavamo in una sala con dei tavolini a misura di bambino. C’erano dei contenitori pieni di grosse perline di plastica colorata da infilare su un cordino per fare collane e braccialetti.

L’ultimo giorno, mentre aspettavo che i miei arrivassero per portarmi finalmente a casa, dove avrei iniziato una bella estate, spensierata, infilai una bella collana. Di fronte a me c’era una bambina molto malata, la ricordo come se ce l’avessi davanti, con i suoi lunghi codini castano chiaro. Era lì da molto tempo e forse non sarebbe mai uscita. Era coccolata e amata da tutti, anche dall’infermiera dai capelli corti, perchè era lí da sempre. Non era di passaggio per due o tre giorni come me.

Mi chiese se potevo regalarle quella collana, invece di portarmela a casa come era tradizione. Me lo chiese in tutti i modi. Ma io no. I miei genitori insistettero, spiegandomi, pregandomi. Ma io no. Caparbia, egoista, ostinata, stringevo a me quella collana e alla fine riuscii a portarmela a casa. Bè, me lo ricordo ancora. Come la prima cosa brutta che ho fatto nella mia vita. Il primo gesto di stupida ostinazione.

Ma ancora adesso, quando mi pettino e sento quella piccola cicatrice sotto i capelli, penso alla bimba dai lunghi codini del Gaslini e mi chiedo se ha poi avuto la chance che ho avuto io. Chissà, chissà che fine ha fatto, chissà se è riuscita ad uscire da lí, se la sua malattia le ha dato tregua e l’ha lasciata libera.

Certo, quei giorni sarebbero stati migliori, per me ma soprattutto per chi in ospedale passava tanto, tantissimo tempo, ci fosse stata la possibilità di andare su una spiaggia, se ci fosse stata quella che oggi chiamano Gaslini Beach.

Un’iniziativa che trovo bellissima e che mi auguro sia imitata in tutti gli ospedali vicini al mare…


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