Una mamma, il suo bambino e la culla per la vita della Mangiagalli

Forse sei arrivata in questa città straniera in un giorno grigio e piovigginoso come oggi, oppure in una di quelle giornate torride, calde e umide dell’estate milanese. Forse ci sei arrivata dopo un lungo viaggio, dopo aver lasciato dietro di te genitori, familiari, amici, la tua terra, il tuo paese, da qualche parte in Asia.

Sei arrivata con il tuo fagotto di sogni, di speranze, con il cuore un po’ triste, ma anche fiducioso, speranzoso in una vita diversa, migliore.

E’ stata dura, ma sei riuscita a trovare un lavoro. In nero, ovviamente. Qualche ora di pulizia a casa di qualche signora, qualche camicia da stirare, la scala di qualche condominio da lustrare. Magari un giorno, quando parlerai meglio l’italiano, potresti anche trovare un lavoro come “tata”, come dicono qui. Perché ti piacciono i bambini. E sarebbe molto meglio lavorare con loro. Questi, forse, sono i pensieri che hanno accompagnato i tuoi giorni qui, quando la sera, stanca, ti infilavi su un autobus o su un treno della metropolitana, e arrivavi al tuo piccolo appartamento, che condividevi con qualche amica, con qualche connazionale incontrato qui, che era qui da prima di te o che forse è arrivato dopo. O forse con tuo marito, o con un uomo che amavi. E con cui, una sera, nonostante la stanchezza, nonostante la fatica di una vita che avevi immaginato diversa, hai concepito un bambino.

Sei incosciente, forse, pazza, ma quando scopri che dopo qualche mese avrai un bambino, sei felice. Ti dici che ce la farai, che una volta che sarà con te non avrai più paura e potrai vederlo crescere, potrai stringere la sua manina e portarlo a scuola, un giorno, proprio come fanno le belle signore che incontri al mattino, proprio come fa la signora dalla quale ogni giorno rifai i letti.

Il bambino nasce, forse a casa, come succede di solito nel tuo paese, o forse in un ospedale di questa grande città straniera. E’ bello, assomiglia a te, o forse anche un po’ al suo papà. Lo attacchi al seno, guardi le sue manine, sfiori il suo visino. E’ il tuo bambino, ce la farete. Riesci anche a comprargli qualche tutina, o forse te ne regala una di seconda mano qualcuno che conosci. Dopo un mese lo porti anche a fare le vaccinazioni, perché in questo paese tante malattie i bambini non se le prendono neanche più.

E poi, un giorno, senti che non ce la fai. Forse ti hanno chiesto per l’ennesima volta un affitto che non puoi pagare, forse il papà del bambino ti ha lasciata sola, forse ti rendi conto che quel piccolo ti vorrà per sé ancora per molto, ma tu devi lavorare, non hai tutele di nessun tipo, non puoi non lavorare, e non puoi certo portare il tuo piccolo con te. Non hai nessuno che possa prendersi cura di lui, nessuno a cui lasciarlo. Semplicemente, non hai scelta.

Forse ne hai sentito parlare, forse l’hai vista perché hai partorito proprio lì, alla Mangiagalli, dove tante mamme di Milano hanno avuto i loro figli e da dove poi se li sono portati a casa, al caldo, nell’ovetto agganciato al sedile posteriore della macchina. Con la tutina azzurra di ciniglia, il tutone morbido e il cappellino.

Forse hai conosciuto qualche dottore simpatico, o qualche infermiera che ti ispirava fiducia, mentre eri lì, e ti sei convinta che sia la cosa migliore che puoi fare per il tuo bambino: lasciarlo nella culla della Mangiagalli, moderna versione della ruota degli esposti.

Passano un po’ di giorni, non sai deciderti. Non riesci a immaginare il tuo bambino tra le braccia di un’altra mamma, con un nome straniero, che non è il suo. Il tuo bambino lontano da te. Ma poi pensi che magari capiterà in una di quelle belle case di Milano, in una famiglia che potrà regalargli una vita migliore. E allora esci di casa, con il tuo bambino in braccio.

E’ una bella giornata, un po’ fredda. Lo stringi a te e pensi che sarà l’ultima volta. Lui, ignaro, dorme sereno, o forse ti guarda con i suoi occhioni scuri.
Con il cuore che batte all’impazzata, arrivi in via della Commenda; sei una mamma come tante, non dai nell’occhio con il tuo bambino in braccio, non lì, in quel luogo fatto apposta per mamme e bambini. Ti avvicini alla culla. Ormai hai deciso. Premi il pulsante e la saracinesca si apre. Lo appoggi delicatamente nella culla, gli lasci qualche pannolino, del latte, e, soprattutto, un bigliettino con la data del suo compleanno. Così quando lui festeggerà, con davanti una torta con le candeline, tu potrai pensarlo. Potrai augurargli ancora e ancora una vita felice, una vita come quella che ogni mamma, in qualunque parte del mondo, sogna per i propri figli.

E poi, la saracinesca si chiude. E tu non lo vedi più. Non lo rivedrai mai più.

Non ti resta che tornartene alla tua vita, con un macigno nel cuore, con l’anima stritolata da un dolore che noi non possiamo fare altro che provare a immaginare.

Che tu possa avere la vita che la tua mamma ha sognato per te, piccolino.

E che tu, mamma, possa un giorno trovare pace.

6 thoughts on “Una mamma, il suo bambino e la culla per la vita della Mangiagalli

  1. sono al lavoro e non posso piangere. ma lo farei volentieri. avevo letto la notizie, come tante sfuggite velocemente al movimento del mouse. ma letta cosi’, immaginata cosi’ no. è tutta un’altra storia. e mi chiedo se si possa fare ancora qualcosa. forse no. forse il destino è segnato.
    in classe di mio figlio c’è un bimbo africano. la sua mamma mi ha raccontato che andava a pulire le case con il bimbo sulla schiena. forse (e lo dico anche e soprattutto per me) dovremmo pensare a tutte queste realtà quando ci lamentiamo per i nostri piccole/grandi problemi

    1. Infatti, è così, ci si lamenta sempre per poco… Per una mamma che l’ha accudito per due mesi con amore, decidere di abbandonare il suo bambino deve essere uno strazio. Sembra impossibile che la “ruota” sia ancora utile a Milano nel 2016…e invece…
      Un abbraccio!
      G

  2. Giuliana mi hai toccato il cuore…da quando ho letto la notizia ci penso ma tu hai dato la parola ai miei pensieri…
    Penso anche che per fortuna esiste quella ruota per il bimbo ma soprattutto per quella mamma che almeno puo’ augurare al suo bimbo una vita migliore senza doverlo lasciar morire per disperazione…e’ davvero triste tutto questo e noi dovremmo sentire fino in fondo la fortuna che ci’ e’ capitata…

    1. Sì SilviaFede, per fortuna esiste la ruota, ma certo sarebbe bello che nessuno avesse mai bisogno di usarla!
      Un abbraccio!

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