I bambini e la Giornata della Memoria

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Ieri il mio grande è arrivato a casa con il bel lavoro fatto a scuola settimana scorsa per la Giornata della Memoria. E io sono stata contenta che ne abbiano parlato a scuola, perché ancora non ho imparato a raccontare l’orrore ai miei figli.

Del resto un post sulla Giornata della Memoria era qui, nelle bozze, da alcuni giorni. Ci ho girato intorno, ci ho pensato e ripensato, l’ho aperto e richiuso, in un ottuso tentativo di non pensarci troppo, o, meglio, di non fare pensare il mio bambino (quello grande, almeno) a queste cose.

In contraddizione con il senso di una giornata così, una giornata dedicata al ricordare e al trasmettere alle generazioni future la memoria, appunto, di un orrore indicibile, che proprio per la sua mostruosità non va dimenticato.

Anche perché siamo noi gli ultimi che hanno potuto parlare direttamente con chi quegli orrori li ha vissuti o comunque li ha visti, nel proprio tempo.

I racconti dei miei nonni, a Milano in quegli anni, sono vivi nella mia memoria, così come le storie dei loro amici ebrei che hanno avuto destini talvolta benevoli, talvolta tragici. Le urla che mia nonna sentiva passando davanti all’Hotel Regina, mi pare quasi di sentirle, perché il suo racconto era vivo, era drammatico, era reale. E il viaggio che fecero in Polonia poco tempo dopo la fine della guerra, alla ricerca del campo di concentramento di Auschwitz, girando e rigirando, chiedendo e richiedendo di un luogo del quale nessuno sembrava conoscere l’esistenza, ancora mi assorda con il suo silenzio.

Per i nostri figli non ci saranno questi racconti diretti, non ci saranno sguardi e voci, se mai solo libri. E quindi tocca a noi trovare le parole, il momento, la strada perché tutto rimanga vivo.

“Si ricorda perché non devono più succedere, queste cose”. Mi ha detto il mio bambino. “Conserviamolo questo lavoro, mamma”.
Per un attimo mi è venuto un nodo alla gola, nel dubbio, terribile, che anche la memoria possa non bastare. Che la memoria, in fondo, non possa salvarci da un nuovo baratro.
Il mio bambino ha avvertito quell’attimo di sgomento.
“Mamma, tu ti preoccupi troppo per me. Io le so già, tutte queste cose”.

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