Indro Montanelli, la bambina e il relativismo

Indro Montanelli

Quando ero alle medie, tornavo da scuola verso l’una e un quarto. Suonavo il campanello di casa e mi apriva mia madre, che poi si precipitava in cucina a scolare la pasta, mentre mio padre, che riusciva a passare la pausa pranzo a casa, stava seduto su una grande poltrona bianca, vicino alla finestra della sala, con in mano Il Giornale di Indro Montanelli. A tavola si parlava di politica e delle ultime notizie, e, in un modo o nell’altro, Montanelli saltava fuori. Del resto è stato un grande giornalista e, indipendentemente dalle posizioni di ciascuno, un personaggio di spicco del nostro Novecento.

Detto questo, il gesto di alcune femministe di imbrattare di vernice rosa la statua milanese di Indro Montanelli, ha riportato alla ribalta una storia di cui spesso si è parlato: il fatto cioè che il giornalista, nel 1935 impegnato in Africa nella guerra per la conquista dell’Etiopia, abbia comprato una bambina di 12 anni (diventati poi 14 in un’intervista degli anni Ottanta) come moglie.

Leggo in questi giorni articoli che cercano di salvare il mito di Montanelli, invitando a “contestualizzare” il grave episodio. Questa operazione mi sembra molto pericolosa. Esistono tutt’oggi, in molte aree del mondo, realtà che, prese nel loro contesto culturale e sociale, sono orrendamente “normali”. Spose bambine, prostituzione minorile, lavoro minorile, infibulazione, sono legate a tradizioni o a situazioni socio-economiche che tendono a dipingerle come accettabili.

Nella storia sono state ritenute accettabili cose che oggi non lo sono più e l’idea stessa di diritti della persona e di diritti dei minori non è che sia nata insieme all’uomo.

Le più grandi brutture sono state sempre giustificate con “era la guerra”, “facevano tutti così”, “era normale”.

Oltretutto negli anni Trenta per il codice penale italiano un rapporto con una ragazza sotto i 14 anni era già ritenuto stupro. In ogni caso qui parliamo di un vero sopruso, della violenza e della prevaricazione messe in atto dai soldati italiani sulle popolazioni locali. Si parla di un vero e proprio acquisto di una moglie, definita per altro dal grande giornalista in modo davvero disgustoso “animalino docile”.

Eh no, qui c’è poco da “contestualizzare”. A furia di relativizzare, si potrà sempre giustificare tutto e chiunque avrà la possibilità di sottrarsi dall’assumersi le proprie responsabilità individuali.

Oltre alla storia in sè, quello che lascia davvero l’amaro in bocca è l’assenza di pentimento. Perchè è vero che Indro Montanelli ha confessato pubblicamente questa storia della sua gioventù, ma l’ha anche giustificata “perchè allora, in Africa, era così”. Dunque, non c’era violenza nel comprarsi come moglie una bambina, peraltro dalla posizione già di per sè prevaricante del conquistatore straniero. Non era sopruso. Era, appunto normale.

Avesse raccontato la storia dicendo “l’ho fatto, funzionava così, un sopruso così abnorme allora sembrava normale, ora mi rendo conto dell’orrore che io e tutti quelli che erano con me hanno perpetrato ai danni di tante bambine”, allora il mito di Montanelli si sarebbe magari un po’ appannato, ma non sarebbe caduto così. Da un uomo ritenuto un intellettuale di primo piano del Novecento italiano, mi sarei aspettata un coraggio diverso dalla banale giustificazione del male che in molti hanno adottato per i più svariati misfatti: “in quel contesto, in quel luogo, in quell’epoca era normale”.

Contestualizzare è sempre importante nella storia per capire perchè qualcosa è accaduto. Sappiamo che in certi contesti e in certe situazioni, come la guerra, il Male è più facile, diventa familiare e consueto. Ma questo non significa certo giustificare tutto.

Mi sarei aspettata nel caso di Indro Montanelli una piena assunzione di responsabilità, un pentimento sentito.

Il pentimento e la presa di coscienza certo non salvano le vittime dei nostri errori, ma riscattano almeno in parte noi stessi, e la memoria di quello che siamo stati.

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