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pianto del bambino

L’ascolto del pianto del bambino

Il pianto è il primo segnale di vita che il bambino dà una volta uscito dal grembo materno. È innanzitutto la reazione alla sensazione dolorosa dell’atto respiratorio che il piccolo svolge subito dopo la nascita, motivo per cui questo primo lamento è fonte di sollievo per il genitore: il bambino è vivo, sta bene!

Con l’arrivo nel mondo, il disagio che il neonato prova non riguarda solo la respirazione: il parto infatti rappresenta la prima separazione fisica e psichica dalla madre, in cui si realizza il passaggio dall’ambiente idilliaco intrauterino a quello esterno, fatto di sensazioni completamente nuove come la fame, la sete e il freddo. Questi nuovi stimoli all’inizio sono fonte di malessere per il neonato, che ricerca l’avvicinamento di un oggetto che possa dargli ristoro o sollievo, e l’unica modalità che ha per comunicare queste richieste è il pianto. 

Il pianto del bambino

Piangere, dunque, può esprimere non solo un lamento o una risposta fisiologica ma anche un messaggio che il bambino chiede a gran voce che venga ascoltato e accolto. Tuttavia, questa modalità comunicativa non è immediata: domanda infatti una traduzione e una interpretazione da parte del genitore e in particolare della mamma, dal momento che è lei la figura principale con cui il bambino vive i primi periodi tra indifferenziazione e differenziazione, dalla gravidanza all’allattamento.

Il pianto, dunque, può veicolare molteplici significati ma in ogni caso la richiesta che si cela alla base è sempre la stessa, ovvero quella di un intervento di mamma e papà, affinché venga così direzionata la loro attenzione e premura. È importante ricordare che le lacrime non esprimono un bisogno sempre ed esclusivamente sul piano fisiologico: spesso il neonato chiede qualcosa del piano dell’affetto e del desiderio. La domanda è infatti d’amore: il bambino chiede ai genitori di essere riconosciuto e accolto come un soggetto nella sua unicità e preziosità.

Anche il contatto che si crea tra mamma e figlia o figlio nel momento dell’allattamento, del resto, non rappresenta esclusivamente l’atto fisiologicamente nutritivo, ma si definisce in una cornice fatta di contatto fisico, calore, sguardi, odori, premure e attenzioni: per questo il latte non nutre solo il pancino ma anche il cuore. Rispondendo al pianto, la mamma ripropone in qualche modo la fusionalità che ha caratterizzato il periodo della gestazione, rassicurando così il neonato e facendosi tramite del suo incontro con il mondo esterno.

L’Associazione Pollicino parla spesso di “cibo per il cuore”, proprio per indicare – come sottolinea anche la Dottoressa Elisa Campagnoli nel libro “Eccomi!” (Ed. San Paolo, 2019) – l’insieme di quei gesti, quei sorrisi e quelle parole dolci che i genitori sanno donare al proprio figlio, al di là di preziosi nutrienti o sollievo a sensazioni fisiche di malessere.

È infatti quando il bambino non incontra uno sguardo attento e una domanda premurosa che il pianto può diventare un grido che cade nel vuoto.  Questa capacità di traduzione e interpretazione del lamento del bambino, in ogni caso, si sviluppa e si affina nei genitori con il tempo: è conoscendolo, o conoscendola, giorno per giorno che mamma e papà imparano a riconoscere i segnali, le richieste e i messaggi veicolati, riuscendo così ad accoglierli e ad adattarsi ad essi. 

Associazione Pollicino e Centro Crisi Genitori Onlus
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