Il percorso per costruire la propria identità è lungo e a volte difficile. Crescere significa anche imparare a distinguersi dagli altri, soprattutto dai genitori, e questo può succedere in modi diversi: talvolta in maniera più tranquilla, come attraverso la scelta di gusti, nuovi passioni e modi di pensare, in altri casi con modalità brusche e scontrose come provocazioni o opposizioni con conflitti veri e propri, insieme eventualmente a momenti di ritiro e, specialmente dopo l’infanzia, alla segnalazione più o meno burrascosa di un maggior bisogno di privacy.
Opposizioni e provocazioni nei bambini
In realtà questo percorso non ha inizio solo nell’adolescenza, ma comincia in fasi ben più precoci. A partire già dai due anni, infatti, il bambino attraversa la cosiddetta “fase dei no”, dei I terribili due: scuote la testa, inizia a dire “no”, come se volesse sfidare l’adulto, e poco dopo “io”. Tutto questo però non è solamente capriccio, è il segnale di un passaggio importante: dalla dipendenza totale dalle figure genitoriali alla graduale scoperta di sé come soggetto distinto. Anche i comportamenti di sfida che si intensificano tra i tre e i quattro anni possono essere tentativi di affermare se stessi. È come se dietro a tutto questo ci fosse una domanda silenziosa: “Se mi oppongo, rifiutando qualcosa per dire di sì ad altro, mi vorrai ancora bene?”.
Come ha messo in luce lo psicologo John Bowlby, quando l’adulto riesce a sostenere questa tensione senza spaventarsi o agitarsi, allora offre al bambino la prova che il legame è solido e può contenere anche rabbia e frustrazione. In linea con quanto scritto poco sopra, crescere, infatti, significa anche imparare a differenziarsi. Le opposizioni portano con sé una vera e propria presa di posizione e i “no” del bimbo possono quindi anche mostrare un atteggiamento di separazione dal volere dell’altro. In questo senso nell’op-positività è presente anche qualcosa di positivo: mi oppongo per affermare me stesso.
Opposizioni e provocazioni nell’adolescenza
Arrivando alla preadolescenza e poi all’adolescenza, questo processo diventa più intenso. Il ragazzo sente il bisogno di prendere le distanze dall’immagine di sé bambino e le opposizioni possono assumere forme diverse: ad esempio, ribellione aperta, risposte brusche, ritiro in camera, chiusura silenziosa.
Le provocazioni hanno una funzione simile. “Pro-vocare” significa letteralmente “chiamare fuori con la voce”, per cui l’adolescente – e in alcuni casi il bambino – non sta solo sfidando l’adulto, ma sta anche cercando di far emergere una risposta, di vedere come reagisce. Potrebbe essere utile per le figure di riferimento ascoltare questa voce ponendosi in una posizione attenta e aperta al dialogo, calda ma anche asimmetrica, mantenendo limiti chiari, motivati e coerenti. Il confine infatti non è un atto di potere, ma una cornice di sicurezza. Allo stesso tempo, l’adulto è chiamato a trasformare il proprio ruolo, passando da indispensabile per il proprio figlio a disponibile quando ne ha bisogno, ad esempio per aiutare ad aprirsi al sociale o per superare un momento delicato dello sviluppo.
Opposizioni e provocazioni non sono i segnali di un fallimento educativo, ma fanno parte della crescita. Tenendo sempre a mente il valore della misura, indicano che il ragazzo sta cercando di costruire una propria identità. In questo momento può essere utile non tanto leggerli come attacchi personali, ma come passaggi evolutivi. Così l’adulto può offrire ciò di cui il figlio può servirsi: una presenza salda, capace di reggere la distanza senza spezzare il legame.
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